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Le 5 Vie della ragione: dimostrazioni dell'esistenza di DIO
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Vaake







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MessaggioInviato: Dom Giu 01, 2008 8:48 pm    Oggetto:  Le 5 Vie della ragione: dimostrazioni dell'esistenza di DIO
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Citazione:
Summa Theologiae (I, q. 2, a. 3)

[Premessa]

Sembra che Dio non esista. E infatti:

1. Se di due contrari uno è infinito, l’altro resta completamente distrutto. Ora, nel nome Dio s’intende affermato un bene infinito. Dunque, se Dio esistesse, non dovrebbe esserci piú il male. Viceversa nel mondo c’è il male. Dunque Dio non esiste.

2. Ciò che può essere compiuto da un ristretto numero di cause, non si vede perché debba compiersi da cause piú numerose. Ora tutti i fenomeni che avvengono nel mondo, potrebbero essere prodotti da altre cause, nella supposizione che Dio non esistesse: poiché quelli naturali si riportano, come al loro principio, alla natura, quelli volontari, alla ragione o volontà umana. Nessuna necessità, quindi, della esistenza di Dio.

In contrario: Nell’Esodo si dice, in persona di Dio: “Io sono Colui che è”.



Rispondo: Che Dio esista si può provare per cinque vie.


[a. La prima via Dal mutamento]

La prima e la piú evidente è quella che si desume dal moto. È certo infatti e consta dai sensi, che in questo mondo alcune cose si muovono. Ora, tutto ciò che si muove è mosso da un altro. Infatti, niente si trasmuta che non sia potenziale rispetto al termine del movimento; mentre chi muove, muove in quanto è in atto. Perché muovere non altro significa che trarre qualche cosa dalla potenza all’atto; e niente può essere ridotto dalla potenza all’atto se non mediante un essere che è già in atto. Per es., il fuoco che è caldo attualmente rende caldo in atto il legno, che era caldo soltanto potenzialmente, e cosí lo muove e lo altera. Ma non è possibile che una stessa cosa sia simultaneamente e sotto lo stesso aspetto in atto ed in potenza: lo può essere soltanto sotto diversi rapporti: cosí ciò che è caldo in atto non può essere insieme caldo in potenza, ma è insieme freddo in potenza. È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova se stessa. È dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e cosí via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore, come il bastone non muove se non in quanto è mosso dalla mano. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio.



[b. La seconda via Dalla causalità efficiente]


La seconda via parte dalla nozione di causa efficiente. Troviamo nel mondo sensibile che vi è un ordine tra le cause efficienti, ma non si trova, ed è impossibile, che una cosa sia causa efficiente di se medesima; ché altrimenti sarebbe prima di se stessa, cosa inconcepibile. Ora, un processo all’infinito nelle cause efficienti è assurdo. Perché in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell’intermedia, e l’intermedia è causa dell’ultima, siano molte le intermedie o una sola; ora, eliminata la causa e tolto anche l’effetto: se dunque nell’ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neppure l’ultima, né l’intermedia. Ma procedere all’infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente; e cosí non avremo neppure l’effetto ultimo, né le cause intermedie: ciò che evidentemente è falso. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio.



[c. La terza via Dalla contingenza]

La terza via è presa dal possibile [o contingente] e dal necessario, ed è questa. Tra le cose noi ne troviamo di quelle che possono essere e non essere. Ora, è impossibile che tutte le cose di tal natura siano sempre state, perché ciò che può non essere, un tempo non esisteva. Se dunque tutte le cose [esistenti in natura sono tali che] possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che non esiste, non comincia ad esistere se non per qualche cosa che è. Dunque, se non c’era ente alcuno, è impossibile che qualche cosa cominciasse ad esistere, e cosí anche ora non ci sarebbe niente, il che è evidentemente falso. Dunque non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. Ora, tutto ciò che è necessario, o ha la causa della sua necessità in un altro essere oppure no. D’altra parte, negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, non si può procedere all’infinito, come neppure nelle cause efficienti secondo che si è dimostrato. Dunque bisogna concludere all’esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio.



[d. La quarta via Dai gradi di perfezione]

La quarta via si prende dai gradi che si riscontrano nelle cose. È un fatto che nelle cose si trova il bene, il vero, il nobile e altre simili perfezioni in un grado maggiore o minore. Ma il grado maggiore o minore si attribuiscono alle diverse cose secondo che si accostano di piú o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; cosí piú caldo è ciò che maggiormente si accosta al sommamente caldo. Vi è dunque un qualche cosa che è vero al sommo, ottimo e nobilissimo, e di conseguenza qualche cosa che è il supremo ente; perché, come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto vero, è tale anche in quanto ente. Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è causa di tutti gli appartenenti a quel genere, come il fuoco, caldo al massimo, è cagione di ogni calore, come dice il medesimo Aristotele. Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell’essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio.



[e. La quinta via Dal finalismo]

La quinta via si desume dal governo delle cose. Noi vediamo che alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine, come apparisce dal fatto che esse operano sempre o quasi sempre allo stesso modo per conseguire la perfezione: donde appare che non a caso, ma per una predisposizione raggiungono il loro fine. Ora, ciò che è privo d’intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e intelligente, come la freccia dall’arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest’essere chiamiamo Dio.



(Tommaso d’Aquino, La somma teologica, Salani, Firenze, 1964, vol. I, pagg. 180, 182, 184 e 186)



P.S.
Schema riassuntivo:
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Il procedimento logico che si utilizza per la dimostrazione dal divenire è il seguente:
Citazione:
Si usa il sillogismo ed il principio di non contraddizione in questa dimostrazione, partendo dall'osservazione della realtà.

La premessa maggiore del sillogismo è il principio di causa, la premessa minore il dato dell'esperienza, la conclusione la dipendenza dall'altro. Infine, il passo ultimo, entra in ballo il principio di non-contraddizione che spazza via l'ipotesi della serie lineare infinita e della serie circolare.

Non è evidente l'esistenza di Dio in modo immediato, bisogna passare dalla ragione. Tuttavia la dimostrazione è incontrovertibile pena l'affermare la contraddittorietà del divenire. E il divenire è un fatto incontrovertibile ed evidente.

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L'angoscia è la disposizione fondamentale che ci mette di fronte al nulla. (Heidegger)
Se un essere soffre, non può esistere nessuna giustificazione morale per rifiutarsi di prendere in conside-
razione tale sofferenza.
(Singer)
Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (Eraclito)
Ciò che ha contato nella mia vita sono le notti in cui, una dopo l'altra, sono crollate le mie certezze. (Cioran)
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Ultima modifica di Vaake il Dom Giu 28, 2009 4:10 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Dom Giu 01, 2008 8:57 pm    Oggetto:  
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Rispondi citando

Dato che Tommaso usa un linguaggio comunque tecnico per chi non viene da studi filosofici, questo è senz'altro un buon articolo che spiega esemplificando la concettualità tomista delle Cinque Vie.


Citazione:
L’esistenza di Dio nella prospettiva delle cinque vie di S. Tommaso


Molti oggi si scusano della propria volontaria ignoranza circa la filosofia tomista con la speciosa ragione che la terminologia dell’Aquinate sarebbe inintelligibile. Eppure se c’è una terminologia filosofica semplice e piana, e aderente alla filosofia spontanea di ogni uomo, è proprio quella di S. Tommaso, il quale non fabbrica a priori i suoi concetti e i suoi principi, ma li ricava dall’esperienza tanto sensibile che razionale, che ognuno è in grado di fare con un minimo sforzo e di buona volontà. Con tali concetti e principi, sempre verificabili nell’esperienza, si ottiene una filosofia oggettiva che s’impone da sé all’intelletto umano perché vera e solidissima, e perciò perenne, cioè duratura nei secoli. È proprio tale filosofia che libera da ogni apriorismo, fenomenismo, innatismo; e in genere da ogni monismo, escluso apertamente dall’esperienza genuina e integrale che l’uomo ha di se stesso come un composto di spirito e materia, di anima e di corpo; e in tal modo detta filosofia costruisce a sua volta un sistema serio, solido, coerente, e tutt’altro che cervellotico, ma anzi in perfetta sintonia con gl’insegnamenti dell’esperienza e le profonde aspirazioni dell’uomo, preservandoci così da ogni anarchia scientifica, e restituendo alla Filosofia la sua dignità di Scienza Regina. Al di fuori della Filosofia Perenne, cioè collaudata da secoli e portata all’apice della perfezione dal genio di Aquino, non esistono che costruzioni più o meno aprioristiche e arbitrarie, degli autentici romanzi filosofici che possono piacere alla fantasia, ma non quietano l’intelletto assetato di verità.
Tuttavia, dato il fatto della generale antipatia nei riguardi della Scolastica e del Tomismo in specie, vogliamo tentare una breve esposizione delle Cinque Vie, sfrondandole, per quanto sarà possibile, da ogni tecnicismo che possa urtare il gusto schifiltoso dei moderni, indispettirli contro di noi, e peggio ancora, nei riguardi d’una verità così fondamentale e importante qual è l’esistenza di Dio.

Al posto dunque della Prima Via di San Tommaso, «prima et manifestior» per l’evidente certezza del moto, ossia cambiamento, tanto in noi che fuori di noi, se ne potrebbe proporre un’altra sfruttando gli elementi della terza e quarta via insieme, nel modo seguente.
Qualche cosa è esistito da sempre, poiché se da sempre non fosse esistito niente, neppure oggi esisterebbe qualche cosa. Il niente infatti è del tutto sterile: ex nihilo nihil. Ma adesso qualche cosa esiste, almeno noi e il nostro mondo. Dunque qualche cosa è esistito da sempre. Orbene questo qualche cosa che è esistito da sempre e quindi esiste tuttora: o esiste in virtù di se stesso e allora è l’ipsum Esse Subsistens, che non è debitore a nessuno del suo esistere, va le a dire è appunto il Dio che cerchiamo, pelago infinito di ogni perfezione. Oppure esiste in virtù di un latro, e allora rimanda a quest’altro; il quale esisterà necessariamente in virtù di se stesso. Infatti non è possibile retrocedere all’infinito nella serie di enti dipendenti uno dall’altro nell’esistenza. La ragione è che nella serie veramente infinita da ambedue le parti, manca il primo e l’ultimo termine. Se manca il primo mancherà anche il secondo che riceve l’esistenza dal primo; se manca il secondo mancherà anche il terzo che riceve l’esistenza dal secondo, e così via. Facciamo un esempio per rendere più evidente la cosa. In una serie infinita di uomini manca necessariamente il primo padre, se ci fosse un primo padre, la serie comincerebbe da lui e non sarebbe più infinita da questa parte (a parte ante). Ma se manca il primo padre, mancherà di conseguenza il primo figlio e anche il secondo padre, e quindi il secondo figlio, il terzo padre e il terzo figlio, e così di seguito. Conseguenza: in tal caso ora non ci sarebbe né alcun padre né alcun figlio e perciò nessun uomo; il che è evidentemente falso. Bisogna dunque rigettare l’ipotesi del regresso all’infinito negli enti subordinati solo accidentalmente sia nell’essere che nell’agire. Al contrario, negli enti subordinati solo accidentalmente, cioè nell’esistenza e nell’azione, è possibile il all’infinito senza inconvenienti per l’esistenza e l’azione di tali enti; come un fabbro che esistesse ed agisse ab aeterno, potrebbe adoprare un martello dopo l’altro all’infinito, nel caso che uno dopo l’altro di questi martelli si rompesse per un motivo qualsiasi. Infatti i vari martelli non dipendono uno dall’altro nell’esistere o nell’operare, ma solo nella successione, perché appunto si rompono accidentalmente uno dopo l’altro.
Se il primo martello non si rompesse, un solo martello equivarrebbe a molti e basterebbe per tutto il lavoro se, per ipotesi, tale lavoro si protraesse all’infinito. Il che vuol dire che la moltitudine infinita dei martelli, nel caso, non è richiesta per se stessa, ma solo per il fatto accidentale delle varie rotture. E la mancanza del primo martello nella serie supposta infinita, non nuocerebbe affatto al lavoro del fabbro, perché la mancanza del primo martello non annulla minimamente l’esistenza del secondo martello o di altro qualsiasi, per la ragione appunto che i vari martelli non dipendono affatto l’uno dall’altro per esistere ed operare; come invece il figlio dipende dal padre, se non per operare, almeno, e certamente, per venire alla esistenza. Ed ecco perché se manca il primo padre, e manca necessariamente nella serie infinita a parte ante, non esisterà nessun figlio e quindi nessun uomo, mentre se manca il primo martello non per questo mancheranno gli altri [1]. E si noti, per finire, che anche il caso soltanto ipotetico della creazione ab aeterno, da nessuno finora dimostrata impossibile, non fa alcuna difficoltà, perché la creazione, anche quella ab aeterno, suppone evidentemente un creatore, che con altro nome si chiama Dio. Tale prova ci sembra validissima perchè la dimostrazione parte da concetti e principi ricavati dall’esperienza integrale, e non da pregiudizi sistematici, come invece usa fare tutta la filosofia moderna, fino ad oggi.

Come Seconda Via si potrebbe presentare la Quinta la quale per la sua semplicità, efficacia ed anche poesia, è adatta a guadagnarsi l’assenso e la simpatia di moltissima gente, dotti o meno che siano. Eccola: poiché il mondo fisico (non quello morale in cui entra in gioco il libero arbitrio) si presenta a tutti come una stupenda opera d’arte, cioè d’una bellezza e di un ordine ammirabile, deve esistere un artista, un ordinatore del mondo, il quale non è, certamente, l’uomo che arriva sempre a cose fatte; tanto meno un essere inferiore all’uomo, poiché nessun essere inferiore all’uomo è dotato d’intelletto, mentre l’ordine è sempre frutto di sapienza. Ora non tutti gli ordinatori possono essere subalterni e dipendenti; di chi infatti sarebbero subalterni, e da chi dipenderebbero se fuori di tutti gli ordinatori non esiste nessun ordinatore? Deve dunque esistere necessariamente un Ordinatore per eccellenza il quale ordini tutto e lui, a sua volta, non sia ordinato da nessuno, ma sia l’Ordine Sussistente; la prima scaturigine di ogni ordine e di tutti gli ordinatori inferiori. Ebbene, anche questo nome di Ordinatore Supremo non è che uno dei tanti nomi di Dio. Dunque Dio esiste.
Si noti, a rinforzo, che l’ordine prodotto dal caso, non può essere che un ordine semplice, raro e incostante, mentre l’ordine del mondo si presenta come complessissimo, risultante cioè da elementi e combinazioni quasi infiniti e tra loro molto diversi; un ordine frequentissimo anzi universale, cioè che si riscontra ovunque; e un ordine costantissimo, cioè che dura da millenni. Il quale ordine, anche se talora si altera, come in un terremoto o in un diluvio universale, si ricompone poi spontaneamente e in un tempo relativamente breve; oppure dà luogo a un ordine più grande e migliore del precedente. Del resto si ricordi che il nome caso è nato solo dalla nostra ignoranza circa la scienza delle cause , e noi ce ne serviamo tutte le volte che siamo a corto di spiegazioni adeguate. Un caso intelligente è una palesa contraddizione, che non fa certo onore a chi se ne serve come spiegazione scientifica. A questo proposito c’è chi tira in ballo la spiegazione per mezzo degli atomi e delle loro fortuite combinazioni. Una di queste, tra le tante, sarebbe appunto quella che costituisce il nostro mondo. Ma checché ne sia del calcolo delle probabilità, rimane da spiegare l’esistenza degli atomi e del movimento, che non è una cosa facile. Tali minime particelle di materia, dette appunto atomi perché credute erroneamente indivisibili, non sono infatti né prodotte né improdotte. Non sono prodotte, perché all’infuori degli atomi e delle loro combinazioni non esiste niente, e tanto meno esiste una causa produttrice; è poi assurdo il concetto di autoctisi, ovvero autoproduzione o causa sui. Non sono infine improdotti, gli atomi, perché ciò che è improdotto è autosufficiente in senso completo, e coincide con ciò che correntemente si chiama Dio.
Quanto al moto e alle sue variazioni, nella spiegazione atomista dovrebbe essere uscito dalla stasi universale, dall’infinita quiete; il che è assurdo. Il moto infatti può succedere alla quiete, ma non esser prodotto, generato dalla quiete. Il silenzio non produrrà mai alcun suono, né le tenebre alcuna luce. Dire finalmente che il moto è eterno, ne afferma la durata senza principio e senza fine, ma non ne spiega l’origine.

Queste osservazioni ci portano naturalmente ad esporre quella che potrebbe essere la Terza Via e che nell’Aquinate è al prima, la quale parte appunto dal moto e si può brevemente formulare così. Niente può muovere totalmente se stesso. Infatti ciò che muove totalmente se stesso è totalmente attivo in quanto muove totalmente, ed è totalmente passivo in quanto totalmente mosso; il che implica la contraddizione di ciò che è, insieme e sotto lo stesso rispetto, totalmente in atto, ossia totalmente attivo, e totalmente in potenza, ossia totalmente passivo, come si esprime S. Tommaso in una terminologia tutt’altro che difficile e barbara. Ma si obietta subito: è evidente che una stessa persona si muove da se stessa. Sì, ma nella stessa persona e, in genere, in ogni semovente è sempre distinta la parte movente e la parte mossa; così io non posso con tutta la mano destra muovere tutta la mano destra, ma soltanto una parte con un’altra parte; ossia in ogni semovente si distingue la parte movente e quindi attiva, e la parte mossa e quindi passiva.
Il che è espresso tecnicamente dall’Aquinate con una frase, derisa soltanto da chi non la capisce: Nihil potest esse simul in actu et in potentia respectu eiusdem. Così lo stesso dito non può essere insieme totalmente freddo e totalmente caldo; ma una falange può essere totalmente calda e l’altra totalmente fredda. Concludendo dunque: se niente può muovere totalmente se stesso, ne segue che Quidquid movetur, ab alio movetur [2]. Ma non si può retrocedere all’infinito nella serie dei mossi e dei moventi dove nessuno di essi muove se non mosso dall’altro, perché ciò distruggerebbe il moto stesso, la cui esistenza tuttavia è attestata inequivocabilmente dall’esperienza. Perciò Diogene, a quel tale che gli negava il moto, non rispose niente, ma si alzò e si mise a passeggiare.
Retrocedendo dunque nella serie dei mossi e dei moventi, a un certo punto si dovrà trovare un movente che non è a sua volta mosso da un altro, ma che muove tutto il resto, ossia è totalmente attivo (cioè in atto) e niente affatto passivo (cioè in potenza). È questo appunto IL MOTORE IMMOBILE; però, intendiamoci bene, non immobile della immobilità dell’inerzia o della morte, ma dell’immobilità della perfezione; vale a dire che, essendo totalmente e infinitamente perfetto, non ha niente da acquistare e niente da perdere, e in questo senso è immobile, cioè immutabile. Si noti qui che il progresso è, sì, una perfezione, ma una perfezione delle cose imperfette; così un bambino che cresce negli anni, in tanto cresce e progredisce in quanto è privo dei benefizi dell’età adulta; e il mio progredire nella filosofia in tanto è possibile ed ha un senso, in quanto io non la possiedo ancora in grado perfetto, al quale perciò mi sforzo di avvicinarmi. E se potessi essere simultaneamente in più luoghi, per es. a Roma e a Firenze, non avrei bisogno di prendere il treno o l’aereo per recarmi a Firenze, dove per ipotesi mi troverei già. E così, anche l’evoluzione, oggi tanto magnificata e sbandierata, è una perfezione soltanto di ciò che è imperfetto. Quindi il perfettissimo non può evolvere, perché possiede già tutto ciò che acquisterebbe con l’evoluzione. Ma tant’è: l’uomo riduce tutto alla sua misura, fino a rendere imperfetto Dio stesso; come quell’evoluzionista francese il quale a chi gli domandava: ma esiste Dio? Rispondeva tranquillamente: pas encore. Anzi la logica inesorabile va ancora più avanti e risponde: non solo Dio non esiste ancora, ma non esisterà mai perché Dio si avrebbe solo al termine dell’evoluzione, la quale tuttavia, essendo eterna, non avrà mai fine. Dio dunque, in tale ipotesi, non solo non esiste, ma è addirittura impossibile che esista. A tanto può condurre un pregiudizio di sistema.

Come Quarta Via potremmo adottare quella che nella Somma Teologica è la seconda e l’Aquinate l’espone così. Tra le cose sensibili ai riscontra un ordine delle cause efficienti; né, d’altra parte, è possibile che un qualche cosa sia causa di se stesso perché in tal modo esisterebbe prima di se stesso, il che è impossibile. Ma neppure è possibile che nelle cause efficienti ordinate si possa procedere all’infinito, poiché in tali cause la prima è causa della media e la media dell’ultima, sia che le cause medie siano molte od una soltanto. Ma tolta la causa, si toglie l’effetto. Dunque se nelle cause efficienti viene a mancare la prima, mancherà pure la seconda e l’ultima. Ma se si procede all’infinito nelle cause efficienti, non esisterà la prima causa efficiente, e così non esisterà né l’effetto ultimo, né le cause efficienti medie; il che però è apertamente falso.
È necessario dunque porre una causa efficiente prima, che tutti chiamano Dio. Più brevemente ancora si potrebbe dire: Esiste qualche cosa di causato, per es. il figlio dal padre, il sonno dalla stanchezza, la morte dalla malattia. Ma non tutto può essere causato, perché fuori del tutto non c’è evidentemente nulla. Bisogna dunque ammettere una causa incausata che spieghi tutto il causato, ed essa non abbia bisogno di spiegazione alcuna. Esiste perciò una Causa Suprema, detta altrimenti Dio. La prova non si elude se non negando arbitrariamente la reale esistenza delle cause e il concetto oggettivo di causalità. Ma a ciò non può bastare l’affermazione di un filosofo anche di gran nome, che ignori però quell’infallibile maestro che è l’esperienza integrale conoscitiva, la quale ci attesta inequivocabilmente l’esistenza delle cause. La causalità non si può ridurre alla successione, sia pure necessaria. La notte succede necessariamente al giorno ma non è causata dal giorno, poiché la luce (del giorno) non può produrre il buio (della notte). Ed è ridicolo dire che il figlio non ha alcun nesso di causalità col padre, ma solo quello di succedergli nell’esistenza. Il ridurre poi la causalità a un mero schema mentale mi obbligherebbe, senza nessun fondamento reale, a ordinare i fenomeni in serie di cause ed effetti, è un’affermazione gratuita, originata da una miopia intellettuale, e non suffragata da alcuna ragione seria ed oggettiva. Di conseguenza resta confermato il valore oggettivo e trascendente del principio di causalità; che è l’anima di tutte le prove dell’esistenza di Dio. Anche a tale principio si arriva dall’esperienza che ci attesta l’esistenza del contingente, vale a dire di ciò che di per sé è insufficiente ad esistere e tuttavia esiste. Ciò vuol dire che c’è un qualche cosa che colma l’insufficienza del contingente ad esistere da solo, e lo rende esistente di fatto.
Di qui la formulazione semplice ma chiara e persuasiva del principio di causalità: Ciò che di per sé è intrinsecamente insufficiente ad esistere, se esiste ha una causa [3].

Le Cinque Vie di S. Tommaso s’implicano e si richiamano a vicenda, perché sono altrettanti aspetti di un unico e medesimo argomento che partendo da fatti ovvii, presentati dall’esperienza, arriva a cinque attributi che non possono convenire che alla divinità. Infatti la Prima Via, per quanto immediatamente ed esplicitamente concluda soltanto all’esistenza del primo motore immobile, analizzando tuttavia il concetto di primo motore immobile, si scorge chiaramente che tale motore non può essere che Dio. E in realtà il primo motore è atto, ossia perfezione, perché appunto muove ed agisce, e niente muove ed agisce se non in quanto è in atto: così niente riscalda se non è già in atto rispetto al calore, cioè se non lo possiede già attualmente, e nessuno può insegnare una disciplina qualsiasi se non è già dotto in tale disciplina, è poi perfezione o atto puro, appunto perché immobile; poiché ciò che è in potenza, è mobile rispetto a quell’atto o perfezione di cui manca; come un bambino è in potenza all’età adulta, ossia può muoversi ed avanzare rispetto ad essa, entrandone in possesso. Finalmente è puro in ogni ordine di perfezione, perché nell’argomento si parla del primo motore in qualsiasi genere di moto, anche spirituale. Insomma l’atto puro, per essere veramente immobile o immutabile, deve possedere in atto, e non solo in potenza o capacità, ogni genere di perfezione reale, possibile ed escogitabile. È dunque la perfezione personificata ed infinita, o ipsum Esse Subsistens, come bene conclude la Quarta Via che conduce fino al Maximum Ens. Il primo Motore immobile dev’essere perciò anche la Prima Causa Incausata di tutto (II via), ed Ente Necessario, come prova la Terza Via. Infine essendo veramente e totalmente in atto, e quindi immobile cioè immutabile, non può non essere ordinatore e Ordinatore Supremo di tutta la realtà (V via) e perciò anche Provvidente, perché provvedere consiste appunto nell’ordinare tutte le cose ad un fine e nel sorvegliare l’attuazione di detto fine.

Ogni singola Via, concludendo a un attributo che non può convenire che alla divinità, è sufficiente da sé sola a provare apoditticamente l’esistenza di Dio. E se l’Aquinate ne presenta cinque, lo fa solo ad abundantiam, e anche per venire incontro ai vari gusti, perché non tutti sono ugualmente sensibili ad ogni prova. Così i poeti e gli scienziati, specialmente gli astronomi, sono sensibilissimi alla 5a Via, che verte sull’ordine e la bellezza dell’universo; mentre un filosofo apprezzerà di più la III e IV via, che offre il panorama dell’essere e delle sue esigenze. La I via è attualissima oggi che siamo nell’età più dinamica che sia mai esistita; ma ai dinamici occorre dimostrare, coma fa appunto la prima via, che il fieri, il cambiamento, non è la perfezione, ma solo un mezzo per conquistare la perfezione nostra e scoprire la Perfezione Assoluta, il cui nome è Dio. E non si altera la prima via se invece di cominciare dal moto, dal cambiamento o fieri delle cose esterne, si comincia dal nostro fieri, dalla nostra mutabilità e incostanza, dalla nostra inquietudine, insoddisfazione e scontentezza; in una parola dalla nostra infelicità. Così accadde al grande Agostino, che dopo aver fatto tutte le esperienze, specialmente quelle del peccato, non si quietò, non trovò pace e riposo se non in Dio.
La II via finalmente è la più facile e la più accessibile alla maggior parte, perché anche i non filosofi, e sono i più; e i meno colti, o addirittura gli analfabeti purché però abbaino un po’ d’ingegno, sanno che cos’è la causa e l’effetto, che niente può essere causa di se stesso, e che senza una causa prima incausata o, come dicono, un Autore dell’universo, non è possibile spiegare il mistero del mondo e quello di noi stessi.
A noi ha fatto sempre male sentir disprezzare le Cinque Vie dell’Aquinate, quasi fossero una miseria filosofica. Al contrario, se ben studiate senza preconcetti, e soprattutto se ben capite, appariranno ad ogni mente sincera un autentico capolavoro. Infatti per avere la scienza completa di una cosa occorre rispondere a tre interrogativi: 1) se tale cosa esista veramente, 2) quale ne sia la natura, 3) quali ne siano le operazioni: an sit, quid sit, quomodo operetur. Il problema se Dio esista, il primo e più fondamentale di tutti, S. Tommaso l’affronta nelle Cinque Vie e lo risolve con cinque argomenti o prove che non contengono niente di aprioristico o cervellotico, ma solo ciò che l’esperienza conoscitiva, completa e schietta, spontaneamente ci offre.

E il meraviglioso è che le Cinque Vie non servono solo a conoscere l’esistenza di Dio, ma pure la sua natura, i suoi attributi e le sue operazioni. In altre parole: le Cinque Vie contengono in nuce tutta la filosofia teologica, ossia tutto ciò che l’uomo può e deve sapere intorno a Dio, servendosi soltanto della pura ragione. Quello che supera la ragione, l’uomo lo conosce solo attraverso la fede che suppone una rivelazione autentica, fatta da Dio stesso e attestata dalla Storia. Per aderire però alla Rivelazione la prima e indispensabile condizione è quella di esser certi dell’esistenza del Rivelatore. Ecco perché senza una buona e valida filosofia, sia pure embrionale, intorno a Dio, non è possibile credere; e quando si né creduto non è possibile dagli attacchi dell’incredulità; o meglio dagli attacchi dell’ateismo organizzato e militante, come quello di oggi. Ad armare efficacemente gli amici di Dio ha provvisto l’Aquinate in modo così valido e ricco, come nessuno fece mai prima, e difficilmente farà dopo di lui. Infatti al filosofia di Tommaso è la filosofia spontanea della natura umana, la filosofia basata sull’esperienza integrale e da essa autorizzata; che può e deve fare dei progressi, ma non cambiare sostanzialmente, come non cambia sostanzialmente la natura delle cose e la ragione dell’uomo. La riprova della perdurante validità della filosofia tomistica sono gli attacchi in forza che si ripetono ormai da sei secoli contro il Tomismo. Non si combatte contro i morti.


P. Umberto Degl’Innocenti O.P.

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Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (Eraclito)
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Vaake







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MessaggioInviato: Lun Giu 02, 2008 4:46 pm    Oggetto:  
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Citazione:
Al di fuori della Filosofia Perenne, cioè collaudata da secoli e portata all’apice della perfezione dal genio di Aquino, non esistono che costruzioni più o meno aprioristiche e arbitrarie, degli autentici romanzi filosofici che possono piacere alla fantasia, ma non quietano l’intelletto assetato di verità.


Verissimo, il tanto osannato idealismo ad esempio consta in una serie di sontuosi quanto inconsistenti castelli teoretici completamente sconnessi dalla realtà sensibile ed esperienziale. La metafisica tomista è, di contro, fondata sul realismo.

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L'angoscia è la disposizione fondamentale che ci mette di fronte al nulla. (Heidegger)
Se un essere soffre, non può esistere nessuna giustificazione morale per rifiutarsi di prendere in conside-
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Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo. (Eraclito)
Ciò che ha contato nella mia vita sono le notti in cui, una dopo l'altra, sono crollate le mie certezze. (Cioran)
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christian.k

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MessaggioInviato: Lun Giu 02, 2008 4:57 pm    Oggetto:  
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ma per esempio un elettrone non si muove da sè? Non capisce
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MessaggioInviato: Lun Giu 02, 2008 5:10 pm    Oggetto:  
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christian.k ha scritto:
ma per esempio un elettrone non si muove da sè? Non capisce


Citazione:
A questo proposito c’è chi tira in ballo la spiegazione per mezzo degli atomi e delle loro fortuite combinazioni. Una di queste, tra le tante, sarebbe appunto quella che costituisce il nostro mondo. Ma checché ne sia del calcolo delle probabilità, rimane da spiegare l’esistenza degli atomi e del movimento, che non è una cosa facile. Tali minime particelle di materia, dette appunto atomi perché credute erroneamente indivisibili, non sono infatti né prodotte né improdotte. Non sono prodotte, perché all’infuori degli atomi e delle loro combinazioni non esiste niente, e tanto meno esiste una causa produttrice; è poi assurdo il concetto di autoctisi, ovvero autoproduzione o causa sui. Non sono infine improdotti, gli atomi, perché ciò che è improdotto è autosufficiente in senso completo, e coincide con ciò che correntemente si chiama Dio.
Quanto al moto e alle sue variazioni, nella spiegazione atomista dovrebbe essere uscito dalla stasi universale, dall’infinita quiete; il che è assurdo. Il moto infatti può succedere alla quiete, ma non esser prodotto, generato dalla quiete. Il silenzio non produrrà mai alcun suono, né le tenebre alcuna luce. Dire finalmente che il moto è eterno, ne afferma la durata senza principio e senza fine, ma non ne spiega l’origine.

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BANNATO





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MessaggioInviato: Lun Giu 02, 2008 5:23 pm    Oggetto:  
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beh certamente non ne spiega l origine ma neppure presuppone che l elettrone si muova perchè mosso da altro da sè,cosa invece presupponibile in qualsiasi altro caso,poichè potrebbe essere lui stesso causa del suo stesso moto....
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MessaggioInviato: Lun Giu 02, 2008 5:59 pm    Oggetto:  
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Qui uno studente di fisica (credo) chiede il perché del moto dell'elettrone.
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Per quanto riguarda il discorso metafisico la questione è facilmente affrontabile: ammettendo che il moto degli elettroni sia intrinseco alla loro esistenza, necessitano sempre di una causa estrinseca tanto per la loro esistenza quanto, di conseguenza, per il loro moto.

Ponendo - non sono un fisico quantistico - dunque che esistenza e moto nell'elettrone coincidano, allora il loro essere dipenderebbe necessariamente dalla Causa prima e il loro moto dal Motore immobile: avendo - come parrebbe - l'elettrone ambedue le caratteristiche ontologiche, allora la combinazione delle prove ex motu (1a Via) ed ex causa (2a Via), vanno combinate. L'elettrone viene creato ex nihilo con intrinseco il moto, la causa del loro moto è la loro creazione.

Se poi ci sono effettivamente forze all'origine del loro moto, allora questo discorso è inutile dato che si torna direttamente alla 1a Via.

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MessaggioInviato: Mar Giu 03, 2008 11:39 am    Oggetto:  
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Citazione:
E il meraviglioso è che le Cinque Vie non servono solo a conoscere l’esistenza di Dio, ma pure la sua natura, i suoi attributi e le sue operazioni. In altre parole: le Cinque Vie contengono in nuce tutta la filosofia teologica, ossia tutto ciò che l’uomo può e deve sapere intorno a Dio, servendosi soltanto della pura ragione. Quello che supera la ragione, l’uomo lo conosce solo attraverso la fede che suppone una rivelazione autentica, fatta da Dio stesso e attestata dalla Storia. Per aderire però alla Rivelazione la prima e indispensabile condizione è quella di esser certi dell’esistenza del Rivelatore. Ecco perché senza una buona e valida filosofia, sia pure embrionale, intorno a Dio, non è possibile credere; e quando si né creduto non è passibile dagli attacchi dell’incredulità; o meglio dagli attacchi dell’ateismo organizzato e militante, come quello di oggi. Ad armare efficacemente gli amici di Dio ha provvisto l’Aquinate in modo così valido e ricco, come nessuno fece mai prima, e difficilmente farà dopo di lui. Infatti al filosofia di Tommaso è la filosofia spontanea della natura umana, la filosofia basata sull’esperienza integrale e da essa autorizzata; che può e deve fare dei progressi, ma non cambiare sostanzialmente, come non cambia sostanzialmente la natura delle cose e la ragione dell’uomo. La riprova della perdurante validità della filosofia tomistica sono gli attacchi in forza che si ripetono ormai da sei secoli contro il Tomismo. Non si combatte contro i morti.


La parte che ho sottolineata a mio avviso è essenziale. Come si fa a predicare Cristo ad un agnostico?, come può, cioè, chi ha dubbi sull'esistenza di Dio accettare la Rivelazione? Per questo per rievangelizzare il mondo occorre prima ridiffondere la certezza metafisica, altrimenti - con riferimento alla parabola del seminatore - il seme che porterà frutto sarà una percentuale drammaticamente minima.

Prima ti dimostro, agnostico, CON SOLA RAGIONE che Dio esiste, poi ti mostro come questo Dio si sia rivelato all'uomo, e cosa voglia dall'uomo per la salvezza dell'uomo.

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MessaggioInviato: Gio Ott 02, 2008 9:42 pm    Oggetto:  
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Dio benedica San Tommaso. Forse sono finalmente uscito dalla mia crisi di fede. Stupendo.

Ad ogni modo, noto che questo testo non cancella la "tentazione" di non credere in Dio, anche se devo dire che si è rimpicciolita del 99% in me: ma questo penso sia legato alla carne e non alla ragione, no?
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MessaggioInviato: Gio Ott 02, 2008 9:48 pm    Oggetto:  
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certo, la tentazione all'ateismo è prodotta dalla concupiscenza della carne e dagli afflati della superbia: la "ratio" per giungere a queste verità deve essere comunque "recta", ovvero purificata da tutto il substrato immanente provocato dagli "idola" (mutuando l'efficace intuizione di Bacon)
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MessaggioInviato: Gio Ott 02, 2008 10:07 pm    Oggetto:  
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A questo punto penso che non dovrei dare peso a tentazioni di questo tipo! Wow, come si risolvono in fretta i problemi. Sorriso Sono contento però di essere stato tentato, perché così sono andato a cercare delle risposte che rafforzeranno la mia piccola e fragile fede...
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MessaggioInviato: Mer Gen 14, 2009 11:45 am    Oggetto:  
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Articolo molto semplice, ma allo stesso tempo rigoroso, che dimostra come possa essere comprensibile a tutti il discorso metafisico.


Citazione:
L'ULTIMA VIA DI SAN TOMMASO

Giacomo Samek Lodovici


La ragione dell'uomo può giungere alla certezza dell'esistenza di Dio. San Tommaso d'Aquino indica cinque vie. L'ultima, la quinta, è la più semplice e la più convincente. Dall'artefatto all'artefice; dall'ordine all'ordinatore; dal creato al Creatore: Dio.

È possibile convincere dell'esistenza di Dio un non credente, mediante dei ragionamenti che non facciano mai ricorso alla fede? Molti filosofi hanno elaborato proprio delle prove razionali dell'esistenza di Dio, e qui ci ispiriamo alla quinta via di S.Tommaso d'Aquino, rimandando alla bibliografia per un approfondimento. Questa prova ha ricevuto delle critiche che saranno confutate nel seguito di questo Dossier.
Consideriamo un oggetto come un computer. Esso è composto di molteplici parti: struttura rigida, transistor, floppy disk, lettore cd-rom, schede di memoria, scheda audio, scheda video, monitor, programmi per scrivere documenti, per costruire tabelle, per leggere le e-mail (messaggi di posta elettronica), per navigare su internet, ecc. Chiediamoci: è mai possibile che tutti questi componenti si siano assemblati e coordinati tra loro da soli in modo tale da far funzionare il computer? Evidentemente no: solo un assemblatore-programmatore può averli assemblati e coordinati. La ragione è semplice: poiché tutti questi elementi non possiedono intelligenza, essi possono risultare assemblati e coordinati solo se c'è qualcuno, che invece è intelligente, che li ha assemblati e coordinati in modo che interagiscano per far funzionare il computer.
Consideriamo adesso un corpo umano, che è qualcosa di molto più sofisticato di un computer. Esso è composto da molteplici organi, ed è costituito da 100.000 miliardi di cellule. Ogni cellula è composta da migliaia di miliardi di molecole, è un enorme laboratorio chimico che compie operazioni sofisticatissime. Al centro di ognuno di questi laboratori si trova il DNA, a sua volta composto da 4 miliardi di caratteri. Ebbene, tutti questi elementi interagiscono mirabilmente consentendo all'uomo di vivere.
Adesso prendiamo in esame un organo stupefacente come l'occhio. Esso è composto da retina, cornea, iride, cristallino, ecc. Anche in questo caso tutti questi elementi cooperano a realizzare la funzione dell'occhio, cioè vedere.
All'attività della retina deve corrispondere l'attività della cornea, dell'iride, del cristallino, ecc, altrimenti l'occhio non riuscirebbe a vedere.
Abbiamo focalizzato fin qui la nostra attenzione sull'uomo, ma anche altri viventi hanno organi simili ed esplicano attività analoghe. Comunque, per stare a qualche esempio nel mondo animale, ripercorriamo in sintesi la riproduzione di un rettile: la produzione di uova dotate di guscio permette all'embrione di sopravvivere lontano dall'acqua, il guscio delle uova lascia passare i gas, ma non l'acqua, e quindi impedisce la disidratazione dell'embrione, un sacco chiamato allantoide raccoglie i prodotti di rifiuto, e un dente apriscatole consente al termine dello sviluppo embrionale di aprire il guscio e fuoriuscirne.
Di nuovo, notiamo che tutti questi elementi cooperano per la riuscita della riproduzione: la riserva liquida non avrebbe senso senza il guscio, e il guscio sarebbe inutile, anzi micidiale, senza l'allantoide e il dente apriscatole.
Esaminiamo anche la circolazione sanguigna di tutti i mammiferi. Il cuore presenta quattro cavità (un atrio destro, un atrio sinistro, un ventricolo destro e un ventricolo sinistro), ed è suddiviso in due parti completamente separate (ciascuna formata da un atrio e dal sottostante ventricolo), per impedire che alle cellule del corpo possa giungere sangue non ossigenato.
Tanto per cambiare, le due parti del cuore funzionano perfettamente coordinate all'unisono: una riceve il sangue povero di ossigeno e carico di anidride carbonica, proveniente dal corpo, e lo invia ai polmoni; l'altra riceve il sangue ossigenato proveniente dai polmoni e lo invia a tutto il resto del corpo.
Potremmo continuare con simili esempi, ma ci preme sottolinearne un aspetto comune: in tutti questi casi e in casi analoghi si osserva che una molteplicità di elementi si coordina e coopera perfettamente in modo da realizzare perfettamente le attività dei viventi. Verifichiamo, cioè, che invece di confliggere od ostacolarsi a vicenda, questi elementi interagiscono sinergicamente, perfettamente organizzati in vista dell'esplicazione delle loro attività e, in definitiva, in vista del fine del vivente, ossia l'autoconservazione. Notiamo, inoltre, che tutti questi elementi non sono dotati di intelligenza (anche nel caso degli organi umani è l'uomo ad essere intelligente, non i suoi organi o le parti dei suoi organi).
Insomma, ci troviamo di fronte a un fatto: cose non intelligenti conseguono costantemente (a meno che non insorgano delle malattie) lo stesso fine che costituisce il loro bene, la loro autoconservazione.
Ora, per conseguire un fine, uno scopo, un obiettivo, bisogna: 1) conoscere e proporsi il fine stesso; 2) cercare i mezzi per raggiungere il fine. Ma soltanto chi è intelligente può conoscere il fine e cercare i mezzi per realizzarlo, dunque queste attività richiedono intelligenza.
Ci troviamo così di fronte ad un fatto sorprendente, che chiunque può constatare: cose non intelligenti agiscono intelligentemente. Come è possibile?
È possibile solo se qualcuno che è intelligente indirizza queste cose non intelligenti verso il loro fine, cioè se qualcuno che è intelligente finalizza queste cose non intelligenti verso il loro scopo, così come l'arciere (che è intelligente) scocca la freccia (che non è intelligente) indirizzandola verso il bersaglio, e come l'assemblatore-programmatore assembla e programma le parti di un computer in modo che cooperino per realizzare il fine di far funzionare il computer.
Nel caso del computer la causa del funzionamento del computer è un uomo; ma in tutti gli esempi che abbiamo esaminato può essere ancora l'uomo la causa del perfetto ed efficace coordinamento degli organi dei corpi viventi e delle parti degli organi? È evidente che l'uomo non è la causa del funzionamento coordinato nemmeno dei suoi organi, giacché essi funzionano autonomamente (l'uomo, semmai, può solo cercare di ripristinarne il funzionamento in caso di malattia).
La causa della realizzazione del fine dei viventi non può essere allora l'istinto o le leggi della natura o le leggi della fisica?
Neanche questa risposta è soddisfacente, perché solleva un altro problema: chi ha posto l'istinto e queste leggi?
Non può essere il caso il regista di queste attività finalizzate alla conservazione dei viventi? Anche questa ipotesi va esclusa, perché questi organi cooperano e si coordinano per conseguire il fine dell'autoconservazione non una volta sola o raramente, bensì costantemente e ripetutamente.
Ma allora, se abbiamo seguito fin qui tutto il ragionamento, un ragionamento in cui non abbia mo mai fatto ricorso ad alcun tipo di atto di fede, possiamo infine concludere, di nuovo senza minimamente coinvolgere la fede: soltanto un Essere Intelligente che abbia creato i corpi non intelligenti e i loro organi può averli indirizzati a conseguire uno scopo, a realizzare un fine che richiede di possedere intelligenza.
Ebbene, questo Essere Intelligente coincide con ciò che comunemente chiamiamo Dio.

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MessaggioInviato: Mer Gen 14, 2009 11:59 am    Oggetto:  
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Questo invece un articolo più tecnico di Antonio Livi, il filosofo del "senso comune" (se ne parlava
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Citazione:
IRRAGIONEVOLE NEGARE L'ESISTENZA DI DIO

Prof. Antonio Livi

Dal creato al creatore: per alcuni filosofi è un passaggio impossibile. Ma devono mettere a riposo la ragione e sostituire Dio con surrogati fantastici, come il "caso" e la "natura". Risposta alle obiezioni di materialisti e kantiani.


La dimostrazione dell'esistenza di Dio attraverso la via della finalità non è mai stata messa in discussione dai metafisici, ma solo da quei pensatori (filosofi o scienziati) che non hanno compreso la necessità e la possibilità della metafisica. Mi riferisco ai materialisti di ogni tempo e ai kantiani, che rappresentano una "razza" filosofica tutt'altro che in via di estinzione.

Cominciamo dai materialisti. Nel loro ostinato proposito di negare la spiritualità dell'anima e l'esistenza di Dio, i materialisti (da Democrito a Epicuro nell'antichità, e poi, nell'epoca moderna, dai positivisti ai marxisti), hanno inventato dei surrogati ideologici dell'idea di ordine cosmico e di Dio creatore e provvidenza, distruggendo con essi la filosofia stessa, che è fatta di razionalità: razionalità oggettiva (quella che si scopre nel mondo e che la filosofia deve solo riconoscere e sistematizzare), e razionalità soggettiva (quella che sostiene il discorso filosofico e che lo obbliga a esibire le prove di ogni sua affermazione, potendo così presentare una teoria che serva come spiegazione dei fenomeni del mondo).
Uno di questi surrogati è il termine "natura" (in alcune lingue, come in italiano, con la "n" maiuscola), che già Lucrezio Caro usava nel suo poema De rerum natura per tentare di sostituire l'idea di un Dio che è somma Intelligenza e che governa il mondo (era l'idea di Aristotele e degli Stoici). Un altro di questi surrogati è il termine "caso", introdotto in filosofia da Democrito e poi ripreso da tanti materialisti antichi e moderni, fino ad arrivare allo scienziato francese Jacques Monod (con il suo purtroppo famoso saggio su L'Hasard et la Necessité, tradotto in italiano come // caso e la necessità); tutti gli eventi della storia, tutta l'evoluzione biologica, tutte le forme più complesse della vita scaturirebbero dall'incontro/scontro casuale di elementi primordiali (giratomi"), che si aggregano e si disaggregano senza alcuna finalità né alcun disegno superiore. A Marx piaceva questa teoria, e proprio sul materialismo di Democrito egli aveva scritto la sua prima opera, tratta dalla tesi di laurea in Germania. Dopo di che non aveva più approfondito la questione, e per tutto il resto della sua vita si era accontentato di dare per risolto (a chi?) il problema di Dio, considerato un frutto della fantasia umana alla ricerca di sicurezza e di salvezza. Se non fosse stato per il grande potere politico e propagandistico del comunismo, questa misera filosofia non avrebbe avuto alcun credito né in Europa e in America né tanto meno in Asia.

Che dire di questi surrogati di Dio? Da un punto di vista strettamente razionale ha ragione il grande storico della filosofia Etienne Gilson quando dice che questo tipo di ateismo, come tutti gli altri ateismi costruiti dai filosofi, è filosoficamente insostenibile. Dalle nozioni di "natura" e di "caso" è venuta fuori una teoria ridicola, che ha gettato il discredito sulla filosofia invece di screditare - come si pretendeva - il teismo. I materialisti cercavano di criticare la metafisica perché la dicevano poco "positiva", poco "scientifica": ma il ricorso a entità astratte nient'affatto documentabili, addirittura fantastiche, come la "natura" e il "caso" è quanto di meno "positivo" e "scientifico" si possa proporre per spiegare i fenomeni dell'esperienza. I quali fenomeni dell'esperienza attestano il fatto innegabile della finalità, insita non solo nei processi vitali ma anche in quelli cosmologici a ogni livello. Ora, la finalità è un aspetto della razionalità del reale che la ragione umana non può non riportare a una Ragione (superiore al mondo) che ha dato un dinamismo di questo genere alle cose da essa create, e che si serve poi anche dell'autodeterminazione al fine delle creature dotate di coscienza e di libertà.

Ci sono poi, come dicevamo all'inizio, i kantiani, fermi ancora oggi a quanto Immanuel Kant scrisse alla fine del Settecento. Kant conosceva molto bene le prove dell'esistenza di Dio, ma commise l'imperdonabile errore di ridurle tutte alla prova razionalistica "a priori", basata sull'analisi delle idee. Questa falsa prova, detta "ontologica" e ingiustamente attribuita a sant'Anselmo d'Aosta, consiste nel dedurre che Dio esiste per il fatto che l'idea di Dio implica la sua necessaria esistenza. Questo è vero; ma, come veniamo noi in possesso dell'idea di Dio? Sant'Anselmo lo sapeva bene. L'idea di Dio ci viene dall'esperienza, perché l'esperienza ci conduce a pensare che il mondo delle cose contingenti e ordinate è prodotto di un Essere necessario, intelligente e ordinatore. Se si parte solo dalle idee non si fa che analizzare il loro contenuto, ma non si parla della realtà in sé. Kant conosceva la "prova cosmologica" dell'esistenza di Dio, ma - pur apprezzandola - la ricondusse arbitrariamente alla prova "ontologica", privandola così di valore.

Ecco quanto scrive nella sua opera maggiore: "II mondo presente ci offre uno spettacolo così impressionante di varietà, di ordine, di finalità e di bellezza - sia che si contempli l'infinità dello spazio, sia che si osservino gli innumerevoli particolari di esso in base alle conoscenze che il nostro limitato intelletto ne può acquisire - che il nostro linguaggio cede di fronte a tante meraviglie inconcepibilmente sublimi, la nostra mente non è più capace di misure precise, e persino i nostri pensieri appaiono inadeguati. La conseguenza è che il nostro giudizio sull'universo si risolve in uno stupore muto, ma allo stesso tempo assai eloquente. Noi vediamo dappertutto una concatenazione di effetti e di cause, di fini e di mezzi, di regolarità nel processo di nascita e di morte. [...]
Noi non conosciamo il mondo in tutto il suo contenuto, e ancora meno sappiamo valutarne tutta la grandezza mediante il confronto con tutte le cose possibili; eppure, constatando la causalità abbiamo bisogno di pensare un Essere supremo o ultimo, dobbiamo necessariamente pensare che esiste un tale Essere, che secondo il grado di perfezione è al di sopra di ogni altra cosa possibile.
[...] Questa dimostrazione merita sempre di essere presa in attenta considerazione. Essa è la più antica, la più chiara, la più conforme al senso comune. Essa rimanda incessantemente allo studio della natura, così come dallo studio della natura è stata ispirata e continuamente riceve nuove conferme" (Critica della ragion pura, II, 2, 3, 6).

Kant, come si vede, non può negare l'evidenza della deduzione di Dio come sommo ordinatore e fine ultimo dell'ordine naturale, che risplende nella meravigliosa armonia dell'universo, visto sia al microscopio (microfisica) che con il telescopio (macrofisica), sia nella natura inorganica che nei processi della vita vegetale e animale e nella vita umana. Kant parlava della scienza della natura dei suoi tempi (era la scienza di Isaac Newton, che tra l'altro era un convinto teista e un devoto credente), ma il ragionamento vale altrettanto e anche di più ai nostri giorni: basti pensare a come parlava di Dio, origine dell'armonia matematica dell'universo, il grande Albert Einstein, premio Nobel per la fisica, e come sono pervenuti alla teoria di un universo creato apposta per l'uomo gli scienziati come John Barrow che hanno elaborato il "principio antropico". Kant però rinchiude tutta la scienza della natura in una sfera di conoscenza "fenomenica" che non ha validità "noumenica", ossia metafisica: il mondo ci appare effettivamente ordinato e dotato di finalità, ma non sappiamo se è effettivamente così, perché non possiamo conoscere le cose in sé stesse. È la negazione della "metafisica come scienza", una negazione mille volte contraddetta e superata dai filosofi che sono venuti dopo Kant, nell'Ottocento (Jacobi e Fichte, Hegel e Scho-penhauer, Schelling e Kierkegaard, Newman e Rosmini) e poi nel Novecento (basti pensare a Henri Bergson, Alfred Whitehead, Edith Stein, Etienne Gilson, Gabriel Marcel, Jacques Maritain, Romano Guardini, Josef Pieper, Michele Federico Sciacca, Xavier Zubiri, Frederick Strawson).
Eppure, molti filosofi di seconda fila si ostinano a restare fermi alle posizioni di Kant, impedendosi dì passare dall'esperienza del mondo - che reclama un supremo Ordinatore, dotato di intelligenza e di amore infiniti - all'evidenza razionale che Dio c'è. Lo percepisce infallibilmente il senso comune, lo conferma la filosofia di tutti i tempi (quella più libera da preconcetti e più rigorosa nelle deduzioni), lo apre a una prospettiva soprannaturale la rivelazione cristiana.

Occorre rivendicare con coraggio la coerenza del pensiero che pensa Dio come causa prima e fine ultimo della finalità che c'è nel mondo: quello che osserviamo tutti ogni giorno e quello che è oggetto delle ricerche scientifiche degli specialisti. L'incoerenza di chi nega questa evidenza razionale - ma pretende di passare per "razionalista" - va smascherata in ogni terreno: da quello propriamente filosofico a quello "positivo" (le scienze fisico-matematiche e la biologia), perché in ogni terreno la razionalità è a favore dell'evidenza che è Dio la ragione ultima del dinamismo intelligente che guida la creazione: sia per quanto riguarda la costanza dei fenomeni del mondo inorganico e l'ordine finalistico dei processi naturali, sia per quanto riguarda l'evoluzione omogenea dei fenomeni del mondo organico e la incessante novità degli eventi.

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Vaake







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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 11:06 am    Oggetto:  Re: Le 5 VIE della ragione: l'evidenza dell'esistenza di Dio
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Martyr ha scritto:
Il procedimento logico che si utilizza per la dimostrazione dal divenire è il seguente:
Citazione:
Si usa il sillogismo ed il principio di non contraddizione in questa dimostrazione, partendo dall'osservazione della realtà.

La premessa maggiore del sillogismo è il principio di causa, la premessa minore il dato dell'esperienza, la conclusione la dipendenza dall'altro. Infine, il passo ultimo, entra in ballo il principio di non-contraddizione che spazza via l'ipotesi della serie lineare infinita e della serie circolare.

Non è evidente l'esistenza di Dio in modo immediato, bisogna passare dalla ragione. Tuttavia la dimostrazione è incontrovertibile pena l'affermare la contraddittorietà del divenire. E il divenire è un fatto incontrovertibile ed evidente.


Qualcuno vi potrebbe obiettare che il "principio di indeterminazione" di Heisemberg possa inficiare il "principio di causa". Ovviamente questo assunto è falso, ecco perché:

Citazione:
3. Il principio di causalità e la fisica moderna.
Anche fisici moderni hanno impugnato il principio di causalità e hanno affermato: “Il principio di causalità, che ritenevasi stesse a base inamovibile della nostra scienza, crolla nella fisica atomica; la natura, nei suoi processi elementari, non si lascerebbe più seguire coi consueti concetti di determinismo presi dalla meccanica macroscopica, e l'uomo non vi trova più che la legge del caso”. Così il Castelfranchi nella prima edizione della sua Fisica moderna (1) e insieme a lui i sostenitori più spinti dell’indeterminismo, benché nelle successive edizioni dell'opera abbia sentito il bisogno di attenuare le espressioni e di ammettere la possibilità che dietro le leggi statistiche vi siano leggi nascoste alle quali obbediscano i singoli corpuscoli, esista dunque una nascosta causalità (2).
Ma il contrasto è apparente, non reale, e dovuto più che altro ad una confusione di termini. Ci pare infatti di poter riassumere l'argomentazione dei fisici moderni contro il principio di causalità nei termini seguenti: il principio di causalità si identifica col principio di determinazione della fisica classica. Ma tale principio è stato superato dal principio di indeterminazione della fisica moderna. Dunque anche il principio di causalità è superato e non ha più valore.
Rispondiamo che il principio di causalità si distingue nettamente sia dal principio di determinazione della fisica classica, sia dal principio di indeterminazione della fisica moderna, e non è in contrasto né con l'uno né con l'altro
.
Infatti:

a) Principio di causalità e principio di determinazione si distinguono perché il principio di causalità afferma solamente che ogni effetto (ogni nuovo fenomeno) deve avere necessariamente una causa, ma non dice quale sia la causa né se la causa abbia necessariamente prodotto quell'effetto. Invece il principio di determinazione afferma che conoscendo l'effetto io posso conoscere la causa che l'ha prodotto, e conoscendo la causa io posso conoscere gli effetti che produrrà. Come si vede, il principio di determinazione dice molto più del principio di causalità; da esso quindi si distingue, però lo suppone e ad esso non si oppone.

b) Principio di causalità e principio di indeterminazione si distinguono in quanto il principio di indeterminazione della fisica moderna afferma che, essendo imperfetta la nostra conoscenza delle particelle subatomiche (elettroni, ecc.), non abbiamo modo di determinare con precisione, per es., la posizione e lo stato di movimento dei singoli corpuscoli, non possiamo conoscere e quindi neppure prevedere con certezza i fenomeni che seguiranno, ma solo con una maggiore o minore probabilità; in altre parole, non potendo noi nel mondo subatomico conoscere perfettamente la causa, non possiamo prevederne con certezza gli effetti. Orbene, se questa affermazione può contrastare col principio di determinazione (nel senso che tale principio non può essere da noi applicato al mondo subatomico), in nessun modo esso contrasta col principio di causalità, secondo il quale i fenomeni, anche nel mondo subatomico, devono avere una qualche causa, sia che la conosciamo sia che non la conosciamo; e che tali fenomeni abbiano una causa, nessun fisico l'ha mai negato né mai lo negherà. Negarlo, infatti, sarebbe negare non solo il principio di causalità, ma rinnegare la scienza medesima, la quale, come dice la sua stessa definizione, è la conoscenza dei fenomeni mediante le cause che li hanno determinati.

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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 2:53 pm    Oggetto:  
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"essendo imperfetta la nostra conoscenza delle particelle subatomiche (elettroni, ecc.), non abbiamo modo di determinare con precisione, per es., la posizione e lo stato di movimento dei singoli corpuscoli, non possiamo conoscere e quindi neppure prevedere con certezza i fenomeni che seguiranno, ma solo con una maggiore o minore probabilità"

Non capisco perchè questa affermazione dovrebbe contrastare con il determinismo
Il determinismo non dice che si sarebbe in grado di determinare i fenomeni che seguiranno a patto però che si abbia "la conoscenza di tutte le forze da cui la natura è animata e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono" ?
Qua invece si afferma di poter contrastare il determinismo facendo un ragionamento che parte dal presupposto di avere una conoscenza imperfetta. Non capisce
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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 8:28 pm    Oggetto:  
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Il principio di indeterminazione è uno dei cardini della meccanica quantistica:
Citazione:
La meccanica quantistica si distingue in maniera radicale dalla meccanica classica[1] in quanto si limita a esprimere la probabilità[2] di ottenere un dato risultato da una certa misurazione, secondo l'interpretazione di Copenaghen [3]. Questa condizione di indeterminismo non è dovuta a una conoscenza incompleta, da parte dello sperimentatore, dello stato in cui si trova il sistema fisico osservato, ma è da considerarsi una caratteristica intrinseca del sistema.
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Comunque a noi, in questa sede, interessa sapere, di fronte a possibili obiezioni scientiste, che anche la relatività in nessun modo può inficiare la logica metafisica (fu in seguito alle scoperte relativistiche che Popper introdusse il principio della falsificabilità, col quale ridusse a doxa - insieme di congetture suscettibili di rettifica e di confutazione - le leggi fisiche, dal neopositivismo considerate assolutamente certe quando verificate).

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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 8:39 pm    Oggetto:  
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"il principio di indeterminazione della fisica moderna afferma che, essendo imperfetta la nostra conoscenza delle particelle subatomiche (elettroni, ecc.), non abbiamo modo di determinare con precisione"

Allora quà hanno scritto una boiata ? Scusa?!!
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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 9:13 pm    Oggetto:  
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Ultimamente sento spesso dire che l'espressione "Niente può nascere dal nulla" sarebbe obsoleta, perchè le particelle subatomiche si generano spontaneamente dal nulla per poi scomparire dopo un breve tempo, e anche la materia e la forza di gravità avrebbero potuto avere origine allo stesso modo. Ma è vero tutto questo?
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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 9:19 pm    Oggetto:  
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Lot ha scritto:
"il principio di indeterminazione della fisica moderna afferma che, essendo imperfetta la nostra conoscenza delle particelle subatomiche (elettroni, ecc.), non abbiamo modo di determinare con precisione"

Allora quà hanno scritto una boiata ? Scusa?!!


Credo la diversa prospettiva dipenda dall'accettazione o meno della
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.



Torniamo però al discorso metafisico. Tramite le cinque vie, abbiamo visto, la ragione può giungere con certezza - essendo una necessità logica rispetto a ciò che esiste - a dimostrare l'esistenza di Dio, ovvero dell'Essere che dona essere, dell’Atto puro, dell’«Ipsum esse subsistens» in cui essenza ed esistenza coincidono. Ma la ragione non si ferma qui, dato che può dedurne anche alcuni suoi attributi, per indagare i quali utilizza due procedimenti:

1) la via della negazione: neghiamo all’essenza divina tutto ciò che non può logicamente appartenerle. Ad esempio: non può possedere movimento, quindi è immobile; non può possedere mutamento, quindi è immutabile; non può possedere passività, quindi è sempre in atto; non può possedere composizione, quindi è assolutamente semplice.

2) la via dell’analogia: attribuiamo a Dio, che è Essere, per analogia, tutte le perfezioni che troviamo adombrate, caduche, nelle creature. Così Dio oltre ad essere perfetto è sommamente buono, unico, intelligente, onnisciente, libero, onnipotente, ecc.



Curiosità:
dove il Dio metafisico e il Dio della rivelazione giudeo-cristiana si sovrappongono teoreticamente? Libro dell'Esodo 3, 13-14:

Mosè disse a Dio: "Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?". Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!" (Ego sum qui sum). Poi disse: "Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi".

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MessaggioInviato: Gio Gen 15, 2009 10:01 pm    Oggetto:  
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Sir Richard ha scritto:
Ultimamente sento spesso dire che l'espressione "Niente può nascere dal nulla" sarebbe obsoleta, perchè le particelle subatomiche si generano spontaneamente dal nulla per poi scomparire dopo un breve tempo, e anche la materia e la forza di gravità avrebbero potuto avere origine allo stesso modo. Ma è vero tutto questo?


Il "nulla" fisico non ha niente a che vedere col nulla ontologico! Il nulla fisico è il vuoto (che tuttavia, per il
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non esiste tout court, essendoci l'
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)


...il "nulla" ontologico è invece il non-essere che già deduceva
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è e non è possibile che non sia ... non è ed è necessario che non sia»). Il passaggio dal non-essere (che non sfrutti ovviamente nulla di preesistente) all'essere è scientificamente e logicamente impossibile. Per questo i negatori di Dio fanno risalire l'universo ad una energia preesistente o al modello ciclico. Entrambe le soluzioni ovviamente non soddisfano la concatenazione logica, che richiede necessariamente il "metaessere" - l'Essere che doni essere - come Causa prima e Motore immobile di tutto quanto esiste, e che conservi nell'essere tale essente immanente (ovvero il reale, il - dunque - "creato" ex nihilo, da non-essere all'essere per mezzo dell'Essere)
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